Cartelle, boom di rateizzazioni decadute

Michele Cappadona: «La Corte dei conti certifica il fallimento di un sistema che non incassa, ma rischia di paralizzare le imprese volenterose e realmente incapienti. AGCI Sicilia chiede tutele immediate: minimo vitale produttivo, moratorie, credito garantito e piani sostenibili».

Il giudizio di parificazione della Corte dei Conti dello scorso 26 giugno sul Rendiconto generale dello Stato certifica una criticità di sistema che non riguarda solo i conti pubblici, ma la tenuta stessa del rapporto tra Fisco, imprese e contribuenti.
La riscossione non funziona, il magazzino delle cartelle continua a crescere, le rateizzazioni decadute aumentano e lo Stato recupera solo una parte limitata dei crediti affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Ma il punto politico è un altro: dopo ventisei anni di inerzia, dal 2000 a oggi, non si può pensare di correggere l’inefficienza del sistema scaricandone il peso sulle imprese più fragili.

«AGCI Sicilia ritiene che questa sia la questione da porre con chiarezza – dichiara Michele Cappadona, presidente regionale Associazione Generale Cooperative Italiane –. Rafforzare la riscossione può essere necessario. Farlo in modo cieco, senza distinguere tra chi evade, chi froda, chi usa il debito fiscale come strategia dilatoria e chi invece è realmente incapiente ma continua a produrre, occupare e tentare di pagare, rischia di diventare un errore economico e sociale gravissimo».

I numeri spiegano la gravità della situazione meglio di qualsiasi valutazione politica. Secondo i dati richiamati dalla Corte dei conti, il magazzino dei carichi affidati alla riscossione ha ormai raggiunto quota 1.331 miliardi di euro al 31 dicembre 2025, mentre dal 2000 a oggi lo Stato è riuscito a recuperare mediamente soltanto il 14,7% dei crediti affidati. Nello stesso tempo, il ricorso alla rateizzazione è diventato sempre più massiccio: a fine 2025 risultavano attivi oltre 7 milioni di piani, per un valore di circa 63,5 miliardi di euro, con importi rateizzati praticamente raddoppiati nell’arco di cinque anni. Ma il dato più allarmante riguarda le decadenze: dall’avvio dell’attività dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione le rateizzazioni revocate sono arrivate a 9,88 milioni, per un valore complessivo di 189 miliardi di euro, con quasi un milione di posizioni in più rispetto all’anno precedente. È la dimostrazione che il sistema non riesce né a incassare in modo stabile né a costruire percorsi sostenibili per chi, pur volendo pagare, non dispone della liquidità necessaria.

«Il boom delle rateizzazioni decadute è un segnale d’allarme – continua Cappadona –. Non dice soltanto che molti contribuenti non pagano. Dice anche che una parte crescente di imprese non riesce più a sostenere piani di rientro costruiti su una capacità finanziaria che spesso non esiste. Dietro una rata saltata possono esserci ritardi nei pagamenti, commesse pubbliche non incassate, costi del lavoro aumentati, caro credito, margini compressi, caduta della domanda, crisi settoriali reali. Trattare tutto questo come semplice inadempimento significa ignorare la vita concreta delle imprese.

La differenza tra i furbetti e gli incapienti deve diventare il principio guida della riscossione. I furbetti vanno colpiti con decisione: chi sottrae patrimonio, svuota società, accumula debiti seriali, nasconde ricchezza o usa le rateizzazioni per prendere tempo deve incontrare uno Stato forte. Ma l’impresa che ha difficoltà temporanee, non ha liquidità sufficiente, mantiene dipendenti, garantisce servizi, conserva clienti e prova a rientrare dal debito non può essere trattata allo stesso modo.

Oggi, invece, il rischio è proprio questo – spiega Cappadona –. Bloccare un conto corrente, aggredire integralmente i crediti verso clienti, pignorare flussi derivanti dalle fatture elettroniche o determinare la revoca dei fidi bancari può produrre un effetto immediato e irreversibile: paralizzare l’attività. Per una persona fisica l’ordinamento conosce il principio del minimo vitale. Per un’impresa non esiste ancora una tutela analoga, calibrata sulla continuità produttiva. È una lacuna che non può più essere giustificata».

Per le imprese, il minimo vitale non è una somma destinata alla sopravvivenza personale. È la quota di operatività necessaria a non chiudere: salari, contributi correnti, utenze, affitti, fornitori essenziali, assicurazioni, mezzi di produzione, credito bancario. Se questa base viene azzerata, l’impresa smette di lavorare. E quando un’impresa smette di lavorare, lo Stato non incassa di più. Incassa meno. Perde un debitore recuperabile, perde gettito futuro, perde occupazione e scarica nuovi costi sociali sulla collettività.

«Per questo AGCI Sicilia chiede l’introduzione di un minimo vitale produttivo - chiarisce Cappadona –. Non una sanatoria. Non un privilegio. Non un condono mascherato. Ma una soglia di continuità aziendale, condizionata, controllata e revocabile, che impedisca alla riscossione di distruggere le imprese ancora vive. La tutela dovrebbe essere riservata a chi dimostra trasparenza contabile, continuità operativa, assenza di condotte fraudolente, regolarità degli adempimenti correnti e volontà concreta di rientro.

Accanto a questo serve una moratoria selettiva per le imprese colpite da crisi documentate. Non può bastare la decadenza automatica dal piano di rateizzazione per far ripartire immediatamente azioni esecutive capaci di provocare il fallimento. Occorre prevedere sospensioni temporanee, rimodulazioni, piani adattivi e riammissioni controllate per chi dimostra che la crisi è reale e superabile.

Serve inoltre garantire l’accesso al credito – dichiara Cappadona –. Il blocco fiscale non può trasformarsi automaticamente in blocco bancario. Se l’avvio di una procedura esecutiva determina la revoca dei fidi, la richiesta di rientro immediato e il peggioramento del rating, l’impresa viene spinta fuori mercato anche quando avrebbe ancora ordini, lavoro e prospettive. Per questo occorrono strumenti pubblici di garanzia, protocolli con il sistema bancario e procedure che impediscano l’effetto domino tra riscossione, credito e fallimento».

Le cooperative conoscono bene questa fragilità. In molti settori, dalla produzione ai servizi, dalla logistica al welfare, la tenuta dell’impresa coincide con la tenuta del lavoro e dei territori. Colpire indistintamente queste realtà significa colpire soci lavoratori, dipendenti, famiglie, utenti, comunità locali. La continuità aziendale, in questi casi, non è solo un interesse privato: è una forma di protezione sociale.

La questione non è se lo Stato debba riscuotere. Deve farlo. Ma deve farlo senza distruggere le imprese vive. Dal 2000 a oggi i governi hanno assistito all’espansione del magazzino fiscale senza costruire una tutela adeguata per chi produce, assume, garantisce servizi e prova a rientrare dal debito. «Ora – conclude Cappadona – non è più rinviabile una scelta di responsabilità: distinguere chi evade da chi è in crisi, chi froda da chi vuole pagare, chi nasconde patrimoni da chi non ha liquidità sufficiente. Le imprese cooperative chiedono regole giuste, non privilegi: continuità operativa, moratorie, accesso al credito e piani sostenibili. Senza queste tutele, la riscossione non cura il debito pubblico: moltiplica crisi aziendali, disoccupazione e nuovo debito sociale. Uno Stato che chiude un’impresa recuperabile non riscuote meglio. Semplicemente, perde un contribuente, un datore di lavoro e un presidio economico del territorio».